Leggendo non cerchiamo idee nuove,
ma pensieri già da noi pensati,
che acquistano sulla pagina
un soggetto di conferma.
Ci colpiscono degli altri
le parole che risuonano
in una zona già nostra
-che già viviamo-
e, facendole vibrare,
ci permettono di cogliere
nuovi spunti dentro di noi.
Cesare Pavese
Leggere aiuta a conoscere se stessi.
Conoscere se stessi vuol dire acquisire la consapevolezza di chi si é, che dentro di noi coesistono tanti personaggi quante sono le emozioni che sperimentiamo ogni giorno.
Ognuno di questi personaggi corrisponde ad uno stato d'animo che proviamo: quando sto bene io sono il mio stare bene: la mia calma, serenità, tranquillità, il mio essere in pace con me stesso; quando sto male io sono tutto quello che é causa o conseguenza del mio stare male: la mia ansia, la mia angoscia, la mia depressione o il mio cattivo umore. Allo stesso modo, possiamo dare ai personaggi che rimangono un nome astratto che identifica qualcosa che ci appartiene di più, una qualità o un difetto che é solamente nostro: io sono la mia fiducia, il mio orgoglio, la mia determinazione, il mio coraggio, la mia voglia di battermi e di risalire, di vivere, scoprire, conoscere, sperimentare ma anche la mia insicurezza, la mia timidezza, le mie paure, e così via. Mentre le emozioni sono universali, l'insieme delle qualità e difetti di ciascuno costituisce qualcosa di unico e speciale.
Tutti i nostri personaggi interni si comportano fra loro più o meno come noi ci comportiamo con gli altri: parlano, discutono, litigano, fanno la guerra, fanno la pace, fanno e disfano alleanze, si affezionano, si detestano, si amano, si odiano, si cercano, si ignorano, giocano, si nascondono i giocattoli, si fanno i dispetti, si tirano i capelli e si fanno le "nominations".
Ora é tutto chiaro. Facciamo un esempio per capire come tutti questi personaggi interagiscono fra loro. Sperimentare un successo richiama le emozioni positive che sono associate alle mie qualità. Quando io passo un esame vengono a trovarmi i miei personaggi-emozioni "euforia", "soddisfazione per il lavoro svolto", "orgoglio", che a loro volta vanno d'accordo e sono amici degli altri personaggi-qualità "fiducia", "determinazione", "volontà di andare avanti nei miei obiettivi", "sì ce la faccio" e "adesso mi tingo i capelli a puà". Ogni emozione richiama un'idea di noi. Viceversa, se non passo un esame o per la fifa me ne scappo dall'aula, verranno a trovarmi i personaggi-emozioni dell'opposizione: "depressione", "depressione parte II: il ritorno (sottotitolo col cavolo che me ne vado, mica é così facile scacciarmi via)" e "depressione parte III: la trilogia (sottotitolo se proprio vuoi mandarmi via come minimo devi prendermi a calci)". Che a loro volta chiameranno gli scagnozzi che fanno il lavoro sporco per loro conto (personaggi-difetti): "sfiducia", "pessimismo", "ma forse é il caso che lascio l'Università, é meglio che vado a vendere i santini di fronte all'Odeon" e "no, forse é meglio che mi butto dal ponte così faccio prima".
Siamo solo noi a decidere quali personaggi di queste due fazioni ("stare bene" o "stare male") fare stare al Governo e quali debbano essere all'opposizione. Raggiungiamo la stabilità quando non permettiamo che accada un colpo di stato al giorno all'interno del nostro Io. Ad essere instabile basta e avanza la maggioranza del Governo Prodi. Quando riusciamo a farli convivere dentro di noi senza che si debbano scannare tutti i giorni vuol dire che abbiamo raggiunto un buon equilibrio con noi stessi, e stando meglio con noi stessi stiamo bene anche con gli altri attorno a noi.
Leggere aiuta a conoscersi e conoscersi vuol dire scoprire chi si é.
Se ci pensiamo, "scoprire" qualcosa (e quindi anche scoprire qualcosa su di noi) vuol dire non tanto inventare qualcosa di nuovo, quanto svelare qualcosa che prima era coperto ma che c'é sempre stato. Quando io uso il linguaggio per descrivere questo concetto, mi esprimo dicendo "mi sono scoperto a fare questo" oppure "mi sono inventato a fare quest'altro", quasi come se ci stessimo osservando dall'esterno e stessimo capendo che, in questi momenti, stiamo tirando fuori delle risorse e delle potenzialità che non sapevamo di avere ma che sono sempre state dentro di noi.
Ma non stiamo creando, stiamo scoprendo.
Più di trecento anni fa Galileo disse: "Non si può insegnare niente. Si può solo far sì che uno le cose le trovi in se stesso".
"Inventare" deriva dal latino "invenìre" che vuol dire "ritrovare".
"Riflettere" significa che il pensiero ritorna a noi, esattamente come la nostra immagine ci viene restituita dallo specchio.
"Educare" proviene da "educère" che vuol dire "tirare fuori".
Allo stesso modo, "provocare" sta per "chiamare fuori" (da "pro-" e "-vocare"), e quindi quando qualcuno o qualcosa ci provoca un'emozione non fa altro che chiamare fuori di noi quell'emozione che già ci portavamo dentro. Non esiste un libro che ci crea un'emozione: il bravo autore é quello capace di sollevare un'emozione che era già presente al nostro interno. E quindi, possiamo tirare fuori da noi stessi solo qualcosa che é già nostro, non possiamo scoprire su di noi qualcosa che non ci appartiene. O meglio, possiamo, ma quando lo facciamo diventiamo degli imitatori: siamo falsi con noi stessi, e quindi poco credibili.
E' solamente attraverso il confronto con gli altri che io scopro i miei particolari talenti: come faccio a sapere che sono più bravo a fare una certa cosa se non ho idea di quello che fanno e di come lo fanno gli altri? Sembra banale ma non lo é.
Immaginate di essere una persona con riflessi, coordinazione e velocità sovrannaturali e di giocare a tennis ad alti livelli. Giocando, non vi sembrerà di possedere dei riflessi e una velocità fuori dal comune; vi sembrerà invece che la palla sia grande, che si muova lentamente e che avete tutto il tempo che volete per colpirla. In altre parole non proverete niente di simile alla velocità e all'abilità che vi attribuirà chi vi osserva, guardando le palline muoversi ad una velocità tale da sembrare le stelle dell'astronave di "Star Trek" quando andava più veloce della luce.
Ricordo di aver letto un'intervista ad una persona che aveva una capacità di memorizzazione straordinariamente al di sopra della media. Praticamente si ricordava tutto, anche senza volerlo. Quando l'intervistatore gli ha chiesto: "Ma Lei, come si é accorto di avere questa memoria eccezionale?" lui ha risposto: "Guardi, non é che mi sono accorto di avere una memoria migliore io, mi sono accorto che erano gli altri che non si ricordavano le stesse cose che mi ricordavo io". Da questa consapevolezza pensò fra sé e sé: "Ma... qui c'é qualcosa che non torna: o sono gli altri che non si ricordano un piffero, o sono io che mi ricordo più cose di loro" e dedusse che aveva lui una memoria superiore.
E' solo attraverso il confronto con gli altri che capiamo chi siamo noi.
Leggere aiuta a conoscermi perché io mi identifico e mi riconosco nei personaggi della storia: io sono loro e loro sono me. La lettura ci chiede in qualche modo di isolarsi dalla realtà esterna e rientrare in se stessi: per riuscire a stare con me stesso devo andare altrove, ed é proprio in questo spazio della mia immaginazione, nei ritratti che dipingo nel mio mondo interno, prendendo spunto dalla narrazione, che io ritrovo me stesso.
Leggere é una terapia per arrivare alla conoscenza di se stessi.
Corrado Campa
FONTI BIBLIOGRAFICHE: L'esempio del tennista é stato tratto scopiazzat... é stato tratt... scusate, ricomincio da capo.
L'esempio del tennista é stato copiato parola per parola dall'articolo "Federer il mutante e il segreto del tennis perfetto" di David Foster Wallace, tratto da "La Repubblica" del 03/09/2006, a parte il pezzo dell'astronave di "Star Trek": quello ce l'ho messo io.
La frase di Galileo é tratta da "Come godersi la vita e lavorare meglio" di Dale Carnegie, Bompiani, Milano,1988.